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Recensione – Bioshock Infinite: Burial at Sea

Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di una quantità smisurata di DLC, i famigerati contenuti aggiuntivi che hanno sostituito i “vecchi” pacchetti espansione rilasciati raramente per alcuni titoli, principalmente su PC. Richiedere un ulteriore somma di denaro a chi ha già acquistato il prodotto originale può sembrare eccessivo, soprattutto se tali estensioni sono già previste all’interno del gioco completo oppure non aggiungono molto all’esperienza ludica. Le espansioni, per intenderci, stile Blizzard o mission-pack del vecchio Quake avevano un senso, in quanto fornivano diverse ore aggiuntive di gioco, storie alternative, nuove armi o personaggi, ed erano in grado di raddoppiare tranquillamente la longevità del gioco base. I DLC “moderni” che offrono questo tipo di esperienza si contano sulle dita di una mano, e non può che far storcere il naso a chi acquista un titolo al lancio la presenza di contenuti esclusivi scaricabili a pagamento già dal day-one, oppure la proposta di quattro mappe scarse a neanche un mese dall’uscita del gioco a prezzi quasi sempre esagerati. Con l’uscita del secondo episodio di Burial at Sea, è il momento di valutare la qualità generale di tutto il pacchetto proposto da Levine e soci, prima dell’amara chiusura di Irrational Games. Il ritorno a Rapture varrà davvero il prezzo del biglietto?

Bentornati a Rapture
Burial at Sea, ci riporta nella favolosa ambientazione del primo Bioshock, quella Rapture che è stata in grado di incantare moltissimi giocatori grazie ad una folle idea di base – una citta negli anni 60 interamente sott’acqua – e a un design unico e senza rivali, tranne forse la Columbia vista in Infinite. L’impatto del primo episodio è decisamente esaltante, vedremo un Booker De Witt alternativo muoversi all’interno della città sommersa qualche anno prima del collasso del sistema visto nel primo titolo. Rapture è più viva che mai, e passerete diverso tempo a girare per i molti negozi, bar e gallerie d’arte realizzati con grande cura, oppure vi fermerete ad ascoltare le diverse conversazioni dei passanti, in grado di dare forma e anima alla particolarissima società elitaria creata da Andrew Ryan. La nostra missione sarà ritrovare Sally, una bambina scomparsa recentemente, e il lavoro ci sarà commissionato nientemeno che da Elizabeth, qui in una veste del tutto inedita. Scordatevi infatti la ragazza estroversa e singolare che avete conosciuto in Bioshock Infinite: in Burial at Sea appare come una donna più matura, fredda e distaccata, più simile ad una femme fatale, pronta a disprezzare il protagonista o la società distorta di Rapture fumando una sigaretta. Il cambio di partner è apprezzabile, la nuova attitudine di Elizabeth convince appieno e soprattutto è più adatta all’ambientazione cupa e claustrofobica della città sommersa. Per quanto riguarda la giocabilità, non ci sono particolari differenze col titolo originale. Durante le sparatorie avremo a disposizioni armi e poteri speciali, mentre la nostra compagna sarà in grado di fornirci all’occorrenza munizioni o salute, aprire squarci per offrirci un vantaggio tattico, oppure scassinare serrature aprendo nuove stanze o contenitori pieni di oggetti utili. Un po’ forzata è la decisione di mantenere lo Sky Hook, il gancio in grado di farci saltare su rotaie sospese e ganci sopraelevati. Se poteva andar bene in un ambientazione aperta e “volante” come Columbia, qui appare eccessivo, visto che per la maggior parte del tempo attraverseremo stanze chiuse o corridoi stretti, ma almeno sarà fondamentale solo in un paio di occasioni. In conclusione, il primo episodio ha il vantaggio di mostrare un lato nuovo e inedito di Rapture durante le prime fasi, insieme al ritorno di vecchie conoscenze in grado di confermare che il seme della follia era già ben piantato all’interno della società sottomarina, ben prima della sua caduta.

Tutto torna, alla fine
Il secondo episodio è invece una sorpresa: se infatti nel capitolo precedente, a parte l’ambientazione e la storia, tutto era identico a quanto avevamo provato viaggiando a Columbia, in questo atto finale i programmatori hanno deciso di cambiare un pò le carte in tavola. Invece che Booker, controlleremo direttamente Elizabeth, sempre in cerca di Sally e sempre all’interno di una Rapture ormai ostile. Non volendo svelare niente della trama, si può solo dire che in questo episodio tutti i nodi verranno al pettine, verremo a conoscenza di svariate sfumature che coinvolgono sia Infinite che il primo Bioshock, capiremo meglio il ruolo di Elizabeth in entrambi i mondi, insomma raggiungeremo una vera conclusione. Vivere la storia tramite gli occhi della ragazza poi, riesce a dare un valore emozionale aggiuntivo al gioco: la sua fragilità ma anche la sua forza, così diverse da quelle di De Witt eppure così simili, sono direttamente percepibili muovendosi nei suoi panni, e decisamente nuove per la serie. Le stesse sensazioni vengono dal gameplay, infatti Elizabeth non disponendo della stessa abilità con le armi da fuoco di Booker, dovrà affrontare i suoi avversari con un approccio più stealth. Avrà dalla sua parte una balestra con dardi silenziosi e scoprirà un potere apposito in grado di svelare i nemici dietro i muri e di rendere invisibili per un breve tempo. Quanto fatto in questo episodio per variare un pò la giocabilità è apprezzabile, anche se queste sezioni appaiono un pò troppo semplici per via della potenza della balestra, in grado di sbarazzarsi di ogni nemico con un colpo, e dell’intelligenza artificiale, piuttosto scarsa e facile da aggirare. In definitiva, il secondo atto di Burial at Sea ha il pregio di fornire un collegamento importante tra i due giochi progettati da Levine e soci, il che rende ancora più amara la consapevolezza che non vederemo più niente di tutto questo, a causa dell’infelice decisione di chiudere Irrational Games. Per carità, probabilmente usciranno altri giochi a marchio Bioshock, ma la magia unica portata dai creatori della serie pare abbia fine con questo capitolo. Goodbye, Infinite.

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Stefano Gualandris

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