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Recensione – Ryse Son of Rome

Il passaggio a una nuova generazione di console è un momento importante, gli occhi di tutto il web sono puntati sulle nuove macchine da gioco e le aspettative sono alle stelle. Un titolo di lancio, per di più un’esclusiva, va incontro al giudizio di un pubblico avido e spietato, con i sostenitori di uno o dell’altro dispositivo pronti a osannare il prodotto come capolavoro o a farlo a pezzi senza riserve. Una posizione scomoda, ma anche un’occasione per dimostrare per primi le potenzialità della cosiddetta next-gen.
Crytek, studio di sviluppo tedesco famoso per aver dato i natali a Far Cry e alla serie di Crysis ci prova con la sua nuova creatura, Ryse: Son of Rome, puntando molto sull’impatto del Cry Engine, motore grafico proprietario indubbiamente potente e spettacolare. Peccato però che la grafica non è tutto, soprattutto in un videogioco. Ma vediamo in dettaglio.

Un impero da salvare
Ryse ci metterà nei panni di Marius Titus, legionario di Roma intento a difendere la città da un assalto dei barbari. Rimasto solo insieme all’imperatore Nerone, racconterà a quest’ultimo la sua storia, fatta di sangue, onore e tradimenti. L’incipit è piuttosto banale e sa di già visto, la trama prosegue poi  in modo estremamente lineare con personaggi secondari che purtroppo non spiccano per complessità e caratterizzazione. Marius è decisamente più riuscito e ha i suoi momenti, ma in generale si ha la sensazione che il tutto sia poco approfondito, e spiace in quanto l’elemento “mistico” che fa da contorno alle varie situazioni (il protagonista vede e conversa con alcune divinità) è solo abbozzato e avrebbe sicuramente dato una marcia in più alla storia che oltretutto è molto breve, intorno alle sei ore circa. Un peccato davvero se si considera che il setting dell’antica Roma è ancora poco sfruttato al di fuori del genere strategico (vedi la serie Total War) e può dare tanto se utilizzato come si deve, ad esempio attingendo alla mitologia, alla politica o alle campagne più celebri del periodo storico (stiamo pur sempre parlando di più di mille anni di civiltà).

Chi mena per primo mena due volte… ma si annoia
Se la trama ha i suoi alti e bassi ma in generale è godibile, i problemi veri, purtroppo, sorgono proprio quando prendiamo in mano il pad. Ogni livello in Ryse è un unico corridoio, senza deviazioni o strade alternative, dove passeremo da un combattimento all’altro semplicemente camminando, con poco o niente da fare fino allo scontro successivo se non cercare qualche oggetto collezionabile, tra l’altro piuttosto facile da trovare. Tutto ciò sarebbe passabile se almeno il sistema di combattimento fosse all’altezza ma anche in questo caso ci troviamo di fronte a un passo falso. La struttura ricorda quella ormai abusata del Free Flow System visto nei giochi di Batman della serie Arkham, in versione molto semplificata. Ciò significa che Marius è in grado di affrontare molti nemici insieme e di passare da uno all’altro utilizzando la levetta analogica sinistra, ma le mosse disponibili sono ridotte all’osso con colpi di spada e scudo, parata e schivata da utilizzare in sequenza per colpire l’avversario fino a sbloccare l’esecuzione istantanea. Si tratta di una serie variabile di QTE (quick time events) che, anche se ignorati, portano all’uccisione immediata dell’avversario. Detto così non sarebbe male se solo il tutto non fosse estremamente ripetitivo. Le concatenazioni da usare variano di poco in base al nemico e le esecuzioni dopo i primi combattimenti annoiano e allungano inutilmente gli scontri. In più durante il gioco saremo chiamati a utilizzare un numero eccessivo di volte lo Scorpione, una balestra che altro non è se non la classica torretta fissa vista in innumerevoli titoli, qui particolarmente fastidiosa proprio perchè presente in quasi ogni sezione. Anche quando il gioco cerca di stupire, dandoci il comando di una legione in alcune occasioni, il tutto appare scriptato e non trasmette a dovere l’emozione di guidare dei soldati in battaglia contro il nemico. Parte di questi problemi possono derivare dal fatto che inizialmente Ryse era stato pensato come un titolo per Kinect su Xbox360 e sembra proprio che Crytek si sia sforzata di trasformarlo in un action in fretta per il lancio della nuova console, puntando sulla spettacolarità più che sulla sostanza.

Ave Cesare morituri te salutant
Il comparto multiplayer offre alcune modalità da affrontare in cooperativa insieme ad un solo altro giocatore all’interno del Colosseo. In sostanza si tratta di mappe in stile orda di Gears of War con in aggiunta dei semplici obbiettivi come la distruzione di macchine da guerra, l’eliminazione di tutti i nemici o il mantenimento di un punto di controllo per un determinato tempo. La varietà insomma non è molta e combattento fianco a fianco di un altro gladiatore si notano maggiormente tutti i problemi del combat-system. Completando le arene si ottengono esperienza e crediti da spendere per l’acquisto di equipaggiamento. Con l’aumento di rango avremo accesso ad armi sempre più potenti che faciliteranno ulteriormente il completamento delle sfide. Per chi non avesse il tempo o la voglia di accumulare denaro è possibile acquistare in valuta reale l’oro necessario tramite il marketplace di Xbox One. Inizialmente questa modalità risulta divertente se giocata con un amico ma diventa in fretta ripetitiva e può annoiare.

Il fascino della divisa
Come già anticipato, dal punto di vista tecnico Ryse non ha rivali. La qualità dei modelli poligonali, dettagliatissimi e pieni di animazioni realistiche, è qualcosa che non avevamo mai visto se non in un filmato in computer graphic. Addirittura l’armatura da centurione di Marius è divisa in segmenti separati che si muovono a ogni sobbalzo, a ogni colpo preso, a ogni passo. La quantità di oggetti su schermo, effetti particellari, fumo e movimenti vari nelle ambientazioni è da capogiro, considerato il livello di dettaglio raggiunto. I visi e le espressioni dei personaggi durante gli intermezzi riescono a immergere ancora di più il giocatore nella storia ed anzi parte del fascino della trama è merito proprio della qualità del comparto tecnico. Qualche bug c’è ma si tratta di pochezze difficili da notare di fronte alla maestosità di tutto il resto, più evidente è solo la scarsa interattività con gli oggetti negli scenari. Le musiche sono epiche al punto giusto, il doppiaggio in italiano è nella media, registrato forse un pò basso rispetto al volume di effetti e tracce sonore.

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Stefano Gualandris

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